La situazione degli incendi boschivi in Italia
By Paolo Fiorucci
Project Leader of CIMA Research Foundation, Ph.D. in Environmental Monitoring at the University of Basilicata
Per la sua conformazione geografica, l’Italia può essere considerata come il prolungamento del continente Europeo che, attraverso il centro del Mediterraneo, quasi raggiunge le coste dell’Africa. La sua posizione ha rappresentato da sempre il punto di contatto fra l’Europa, l’Africa e l’Asia. La sua estensione in verticale, dalle Alpi del nord alle grandi Isole, Sicilia e Sardegna, che distano solo pochi chilometri dalla costa africana, rende l’Italia fortemente eterogenea sia dal punto di vista climatico che vegetazionale. La stessa eterogeneità si osserva anche nell’orografia. Solo il 23% del territorio è pianeggiante, il 40% è collinare ed il restante 37% è caratterizzato da orografia complessa con elevate pendenze e rapidi cambi di esposizione. E’ proprio in queste aree che si concentra la maggiore copertura forestale che raggiunge in totale il 35% dell’intero territorio. L’elevata eterogeneità rende l’Italia vulnerabile agli incendi boschivi sia nella stagione estiva che nella stagione invernale. In particolare le regioni del nord sono caratterizzate da un regime di incendi prevalentemente invernale, dovuto principalmente ai frequenti venti estremamente secchi provenienti da nord, mentre le regioni del centro sud e le grandi isole sono caratterizzate da un severo regime di incendi estivo, dovuto alle elevate temperature e alle prolungate assenze di precipitazione.
Gli incendi in Italia non rappresentano una minaccia limitata alle aree boscate estendendosi anche alle aree agricole e alle zone di interfaccia urbano forestale. Le aree agricole e rurali, dagli anni’50 ad oggi, hanno subito un progressivo abbandono, soprattutto nelle aree ad orografia complessa dove la meccanizzazione dell’agricoltura risulta sfavorevole. Molte di queste aree nel secondo dopoguerra furono trasformate in cantieri forestali portando alla diffusione di specie pioniere principalmente rappresentate da Pinus Pinaster e Pinus Nigra fortemente vulnerabili al fuoco. Tali aree, a causa della frequenza del passaggio del fuoco, restano costrette ai primi stadi successionali, rappresentati principalmente da vegetazione di macchia la cui sopravvivenza nella competizione con le specie climax è garantita proprio dal passaggio dal fuoco. La frequenza degli inneschi, quasi totalmente di origine antropica, fa si che il tempo che intercorre fra un incendio e il successivo sulla medesima area è almeno di un ordine di grandezza inferiore ai tempi forestali che permetterebbero l’instaurarsi di specie climax decisamente meno vulnerabili al fuoco. L’elevata frequenza di inneschi di origine antropica è principalmente riconducibile alla elevata densità abitativa superiore alla media europea. Infatti, con una superficie di 300000 km2 e una popolazione che ha superato ormai da tempo i sessanta milioni di abitanti, l’Italia è fra i 5 paesi a più alta densità abitativa d’Europa. Se si osserva il numero di incendi dal 1970 ad oggi, si nota come più di 9000 incendi bruciano mediamente ogni anno una superficie superiore a 1000 km2. Tuttavia, si può comunque notare, nell’ultimo decennio, un trend marcatamente negativo con una riduzione del numero di incendi e delle superfici percorse dal fuoco. Questo comportamento è totalmente in contraddizione con quanti annunciano ed hanno annunciato un aumento del numero di giorni caratterizzato da condizioni di rischio estremo con conseguente aumento del numero di incendi e delle aree bruciate in tutto il mediterraneo a causa del cambiamento climatico. A quali fattori può essere ricondotto questo comportamento? Una componente potrebbe essere dovuta proprio al cambiamento climatico che come affermano Flannigan et al. (2000) discutendo a proposito della correlazione fra aumento delle temperature e maggiore severità degli incendi boschivi, “l’aumento delle temperature non determina necessariamente un incremento della severità del regime da incendi boschivi”. Tuttavia, l’effetto della variabilità climatica non spiega pienamente il trend negativo, che deve essere ricondotto ad una maggiore attività di monitoraggio, di prevenzione e ad una sempre più efficiente lotta attiva. Un deciso incremento delle attività di prevenzione e una migliore organizzazione dell’antincendio boschivo, con un sempre crescente impiego di uomini e mezzi, ha condotto ad un altrettanto rapido cambiamento negli effetti degli incendi sull’intero territorio nazionale. Resta, tuttavia, da sottolineare che il relativamente elevato numero di mezzi aerei e la maggiore efficienza degli interventi di spegnimento non sono stati sufficienti ad arginare l’effetto catastrofico del 2007, anno in cui l’area bruciata totale ha raggiunto uno dei valori più elevati degli ultimi 40 anni causando 11 vittime. Quasi il 50% dell’area bruciata totale è stata percorsa del fuoco in poco più di una settimana, l’ultima settimana di Luglio. Le regioni principalmente colpite dal fenomeno sono state quelle del centro sud Italia. Nella stessa stagione, circa a un mese di distanza dagli eventi che devastarono l’Italia e il sud est europeo, la Grecia registrò la peggiore situazione di rischio che portò alla morte di 67 persone in gran parte civili.
La stagione estiva del 2007 fu caratterizzata da condizioni climatiche estreme con prolungati periodi di umidità relativa inferiore al 30%, temperature superiori a 40°C in buona parte del paese che hanno determinato condizioni di umidità della necromassa inferiori al 5%. Tali condizioni, associate al forte vento hanno condotto a situazioni di rischio pressoché incontrollabili anche con l’ausilio dei mezzi aerei. Gli eventi del 2007 hanno messo maggiormente in evidenza come gli incendi boschivi non siano solo causa di danni alle foreste ma possano frequentemente trasformarsi in vere e proprie emergenze di protezione civile, al pari di altri rischi naturali. La sempre più estesa interfaccia fra le aree rurali e le aree urbane o ricreative fa si che la propagazione del fuoco venga sempre più frequentemente in contatto con le popolazioni, le infrastrutture e le attività produttive. Durante l’incendio di Peschici del 24 Luglio 2007 migliaia di turisti furono tratti in salvo via mare mentre le fiamme e il fumo sospinti dal forte vento si dirigevano velocemente verso le spiagge affollatissime del Gargano. Questa tipologia di incendi richiede una stretta sinergia fra le varie entità coinvolte nelle attività di controllo e mitigazione del rischio. In questo contesto, il Dipartimento di Protezione Civile ha promosso numerose iniziative finalizzate a richiedere una maggiore attenzione da parte di tutte le autorità competenti dal livello nazionale alle autorità locali. Gruppi di coordinamento sono stati organizzati a livello regionale per supportare i governi locali nelle emergenze di protezione civile definendo dettagliate mappe delle aree a rischio di interfaccia e promuovendo lo sviluppo e l’adozione di sistemi regionali di early-warning. Queste attività hanno già coinvolto 12 delle 20 regioni italiane e 3614 municipalità. Tutto questo è stato possibile in seguito all’approvazione e alla successiva applicazione della legge quadro in materia di incendi boschivi, L.353/2000. Lo spirito della legge è quello di promuovere attività finalizzate alla riduzione delle cause di innesco, all’adozione di strumenti di previsione e alla definizione di protocolli operativi per le attività di prevenzione atte a mitigare le conseguenze del passaggio del fuoco e a migliorare l’efficienza delle attività di spegnimento. La legge 353 trasferisce le competenze in materia di incendi boschivi totalmente alle Regioni, lasciando allo Stato la sola gestione della flotta aerea. La riduzione delle cause è perseguita mediante l’imposizione di vincoli sulle aree percorse dal fuoco. In queste aree è fatto divieto di cambiare l’uso del suolo per 15 anni, costruire abitazioni, strutture ricettive, infrastrutture e instaurare attività produttive per 10 anni, esercitare la caccia ed il pascolo per 10 anni, eseguire attività di riforestazione e opere di ingegneria ambientale per 5 anni successivi al passaggio del fuoco. L’applicazione di tali vincoli è possibile grazie alla definizione di un catasto delle aree bruciate che deve riportare la perimetrazione georiferita di tutte le aree percorse dal fuoco. La legge quadro, inoltre, all’articolo 11, introduce, con il reato di incendio boschivo delle modifiche al codice penale e prevede, per chi innesca un incendio, una pena detentiva da 4 a 10 anni. Se la causa di innesco si dimostra essere di origine colposa la pena si riduce da 1 a 5 anni a seconda della gravità del danno causato.
Ogni Regione ha la facoltà di organizzare la propria struttura antincendio avvalendosi di una Sala Operativa Unificata Permanente (SOUP) nella quale può risiedere personale del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, Corpo Forestale dello Stato, organizzazioni di volontari, Forze armate e Forze di Polizia nonché personale regionale. Ogni regione deve predisporre un Piano di Previsione, Prevenzione e lotta attiva contenente la mappatura delle aree a rischio incendi. La delega alle regioni delle competenze in materia di incendi boschivi ha fatto sì che ogni regione si sia dotata di una propria organizzazione in relazione alle diverse peculiarità che differenziano il regime da incendio boschivo in ogni regione italiana. Ad esempio, alcune regioni, durante il periodo di massima pericolosità, sono oggi in grado di emettere bollettini di previsione in totale autonomia, allertare il sistema di lotta attiva attraverso procedure speciali regionali e fornire supporto in fase decisionale al sistema di protezione civile regionale, sia in fase preventiva che in presenza di incendi in atto. Quelle regioni, che non sono ancora in grado di emettere bollettini facendo uso di propri sistemi di previsione, possono fare uso del bollettino emesso a scala nazionale dal Dipartimento di Protezione Civile Nazionale. Sebbene quest’ultimo sia principalmente finalizzato a supportare la gestione pre-operativa della flotta aerea di stato, che consiste nel dislocamento preventivo dei mezzi aerei nelle basi più vicine alle aree che sono state individuate come maggiormente critiche, resta un valido strumento di supporto alle attività di early warning per i sistemi di protezione civile regionali.
Il bollettino di previsione è redatto sulla base di valutazioni soggettive facendo uso delle previsioni meteorologiche fornite dal Centro Funzionale Centrale e da modelli di previsione come RISICO e FWI, tenendo quotidianamente in attenta considerazione la situazione degli incendi attivi sull’intero territorio nazionale.
FWI è pubblicato quotidianamente dal JRC di Ispra sull’intero bacino del Mediterraneo ed è accessibile via web all’indirizzo http://effis.jrc.ec.europa.eu/. Il sistema RISICO, operativo 24/365 dal 2003, è stato sviluppato per il Dipartimento di Protezione Civile Nazionale, ed è costantemente mantenuto operativo sia dal punto di vista tecnico che scientifico dalla Fondazione CIMA (www.cimafoundation.org), centro di competenza nazionale
per il rischio idrogeologico e da incendi boschivi. Il sistema è accessibile sia mediante piattaforma dedicata, installata presso la sala del Centro Funzionale Centrale, sia via web con accesso protetto da password, all’indirizzo http://dewetra.cimafoundation.org.
Osservare per prevedere, prevedere per prevenire
La rete dei Centri di competenza rappresenta il punto di unione tra il Dipartimento della Protezione Civile ed il mondo scientifico. Il DPC conta sul supporto di quaranta Centri di Competenza che coadiuvano il Dipartimento nella valutazione dei rischi e nell’elaborazioni degli scenari di evento per i diversi rischi di interesse della protezione civile. In particolare, per il rischio idrogeologico–idraulico ed incendi boschivi il DPC ha un consolidato rapporto con la Fondazione CIMA.
Ogni giorno, Fondazione CIMA riceve, gestisce ed utilizza in input ai propri modelli, le previsioni meteorologiche fornite dai modelli di circolazione globale e dai modelli ad area limitata disponibili, nonché tutte le osservazioni meteorologiche fornite dalla rete fiduciaria nazionale. I modelli sviluppati e costantemente evoluti dai ricercatori di fondazione, grazie al feedback continuo con gli utilizzatori finali, sono principalmente finalizzati alla previsione del rischio idrogeologico e da incendi boschivi. Fra questi, il sistema RISICO è fornito da Fondazione al sistema Nazionale di Protezione Civile. Il sistema RISICO, è già stato adottato da alcune realtà regionali (Regione Liguria e Regione Sardegna) dimostrandosi estremamente utile e preciso nella valutazione della pericolosità potenziale, e sta per essere esteso, nell’ambito di progetti di cooperazione internazionale all’Albania e al Libano. Basti pensare, che il sistema a scala nazionale è stato in grado di riconoscere le situazioni di rischio estremo limitatamente a 4 giorni in 4 anni, classificando a rischio estremo esclusivamente le regioni dove si sono registrati gli eventi più distruttivi che nella quasi totalità dei casi hanno causato vittime senza mai sottostimare la gravità degli eventi. Il cuore del sistema RISICO è costituito da un modulo molto simile al FFMC del FWI, opportunamente ricalibrato ed adattato alla copertura vegetale del mediterraneo. Date le caratteristiche della vegetazione mediterranea, la sola componente dinamica del sistema è rappresentata dall’umidità della necromassa adattata alle differenti tipologie di copertura vegetale. Nelle aree più frequentemente percorse dal fuoco, l’umidità della necromassa può passare da valori di saturazione, conseguenti a precipitazioni, a valori inferiori al 10% in meno di 12 ore. Per questa ragione, già nella prima versione del sistema, si ritenne, che, alimentarlo con previsioni meteorologiche, sebbene soggette ad incertezza, fosse il solo modo per fornire informazioni di maggior dettaglio in supporto del sistema di allertamento. La capacità di prevedere fino a 72 ore in anticipo, facendo continuamente uso delle osservazioni per correggere in real time lo stato del sistema e riducendo così l’incertezza della previsione, permette a scala nazionale di supportare le decisioni per il preventivo dislocamento dei mezzi aerei sul territorio nazionale.
Le informazioni fornite dal modello RISICO supportano le decisioni operative anche in caso di eventi estremi che richiedono aiuti internazionali per affrontare le emergenze, come il caso della Russia della scorsa estate 2010. In quel caso, la pericolosità potenziale prevista sull’intero territorio nazionale, caratterizzata da valori medio bassi, ha supportato il decisore nella scelta di ridurre la flotta aerea, inviando due mezzi in Russia, senza correre il rischio di ritrovarsi ad affrontare situazioni di emergenza con un numero di mezzi aerei ridotto.
Esempi di buone pratiche: La Regione Liguria
A scala regionale, le previsioni della pericolosità potenziale permettono di allertare le squadre di volontari e gli attori coinvolti nella lotta attiva incrementando il monitoraggio e il presidio del territorio che può evitare l’accensione di fuochi e, in ogni caso, permette di ridurre notevolmente i tempi di intervento in caso di avvistamento di un fuoco. In questo contesto, la Regione Liguria in cui ha sede la Fondazione CIMA con la quale collabora in tema di rischio incendi e rischio idrogeologico da molti anni, è sicuramente la regione italiana che ha raggiunto il più maturo livello di operatività in relazione all’utilizzo degli strumenti di previsione. Regione Liguria è fra le poche regioni ad essere interessata dal rischio incendi sia nella stagione estiva, come buona parte delle regioni del centro sud, sia nella stagione invernale, come buona parte delle regioni del nord. La frequenza degli incendi e la costante pressione del fenomeno su tutto l’arco dell’anno ha portato Regione Liguria a dotarsi di strumenti e procedure finalizzate ad una più efficiente gestione del rischio in anticipo rispetto a molte altre regioni italiane. Dal 1987 ad oggi il numero di incendi e l’area percorsa dal fuoco totale annua mostra una grande variabilità, con valori massimi registrati fra il 1989 e il 1990, rispettivamente di 1.690 incendi occorsi nell’anno 1989 e un’area percorsa dal fuoco superiore a 20.000 ha registrata nell’anno seguente. Il numero di incendi osservati sul territorio regionale negli ultimi 5 anni è mediamente di poco superiore a 300 incendi annui per una superficie percorsa complessiva di circa 2.000 ha annui. Sebbene i dati dell’ultima stagione 2010 non siano ancora definitivi, le prime stime mostrano un numero di incendi di poco superiore a 100 per un’area percorsa dal fuoco totale che si aggira intorno ai 120 ha che può essere considerata trascurabile rispetto ai 20000 ha di 20 anni fa.
Regione Liguria, fa autonomamente uso del sistema SPIRL, realizzato e mantenuto da ricercatori della Fondazione CIMA, da circa 10 anni. Il Corpo Forestale dello Stato, delegato dalla Regione allo spegnimento degli incendi boschivi, è molto vicino alla definizione di protocolli operativi, in fase di test ormai da diverse stagioni, che permettono, in periodi di scarsissime risorse finanziarie, di gestire al meglio le forze antincendio boschivo, in cui il ruolo dei volontari diventa sempre più importante. Sulla base dell’indice di pericolo previsto per il giorno seguente dal sistema SPIRL vengono eseguite attività di monitoraggio e pattugliamento in tutte le aree dove l’indice di pericolo supera il livello di allerta. La disponibilità della previsione delle condizioni di pericolosità potenziale ha portato a considerare la possibilità di strutturare in modo operativo la partecipazione del volontariato non solo nella fase di lotta attiva ma anche nella fase di prevenzione. In seguito ad una dettagliata fase di analisi sarà presto possibile definire protocolli comuni finalizzati al monitoraggio e al presidio preventivo del territorio nelle aree classificate ad alto rischio. Questa attività permette di effettuare un presidio territoriale in grado di individuare preventivamente situazioni di pericolo (presenza di focolai controllati) ed eventualmente sanzionare il responsabile qualora sia attivo lo stato di grave pericolosità. Oltre all’attività di prevenzione diretta la presenza di volontari e del CFS sul territorio svolge anche un ruolo di dissuasione nei confronti di potenziali incendiari. La continua collaborazione con Fondazione CIMA ha portato di recente alla nuova mappatura del rischio. Grazie alla disponibilità di più di dieci anni di perimetrazioni di incendi occorsi, raccolti inizialmente sia per le attività investigative proprie del Corpo forestale dello Stato sia per costituire il catasto delle aree bruciate come imposto dalla legge quadro 353/2000, è stata definita una procedura in grado di definire le aree a rischio ad altissima risoluzione spaziale (400 m2) sulla base di criteri oggettivi osservando ciò che è bruciato nel passato. La scarsa disponibilità di risorse, principalmente impiegate nella gestione del servizio aereo regionale (4 elicotteri regionali), richiede, infatti, di definire con grande precisione quali aree sono maggiormente soggette al rischio incendi. Le poche risorse disponibili possono quindi essere impiegate annualmente al fine di mitigare le criticità nelle aree a rischio più elevato definendo una programmazione di interventi di gestione forestale che nel corso di qualche anno può portare alla risoluzione del problema. Questo permetterà di diminuire drasticamente le spese legate alla gestione della flotta aerea, rilasciando più risorse per il mantenimento in sicurezza delle aree a rischio.
Sulla strada non mancano gli ostacoli
Purtroppo, la recente crisi economica mondiale potrebbe avere ripercussioni disastrose anche sulla complessa organizzazione che ha portato alla drastica riduzione dei danni conseguenti la propagazione degli incendi boschivi. Infatti, le risorse che lo stato destina alle regioni si stanno riducendo di anno in anno non permettendo alle regioni che si sono dotate negli ultimi anni di mezzi propri di mantenere in attività le risorse dedicate alla prevenzione e alla lotta attiva. Inoltre, le regioni sono costrette a rivedere completamente l’organigramma delle strutture competenti, creando un periodo di grande instabilità ed incertezza. Questo transitorio rischia di riportare velocemente quanto fatto di buono fino ad ora alla situazione di 20 anni fa. Infatti, sebbene sia migliorata notevolmente la struttura organizzativa dell’antincendio boschivo la vulnerabilità della copertura vegetale non si è ridotta e in alcuni casi, al contrario, è aumentata notevolmente. Molto probabilmente dovremo aspettare ancora anni, prima di comprendere che il settore privato deve partecipare attivamente alla conservazione del patrimonio boschivo. In questo contesto il protocollo di Kyoto, insieme alle politiche agricole europee, può rappresentare un ottimo strumento per rilanciare una gestione sostenibile della copertura forestale.
